L’Inferno di Dante spiega perché i giovani italiani sono così arrabbiati

22. 10. 2026 / Ivan Větvička

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Vista dall’estero, la situazione sembra questa: nell’ottobre 2026 gli studenti delle scuole e delle università italiane si sono ribellati contro tutto il mondo che li circonda, e la loro rabbia esplode caoticamente in ogni direzione. Eppure, una simile interpretazione rivela soltanto che l’osservatore esterno non conosce la cultura italiana. I manifestanti sanno esattamente contro chi protestano. Si sono sollevati contro un nemico che da secoli rimane lo stesso. Già all’inizio del Trecento Dante Alighieri lo descrisse magistralmente nella Divina Commedia, nel terzo canto dell’Inferno, ai versi 31 – 69:

 

 

Dante e Virgilio attraversano dapprima la porta dell’inferno, sulla quale è scritto:

Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.

 

Si ritrovano così nel vestibolo dell’inferno, l’Antinferno. Virgilio spiega chi vi soffre. I versi 31 – 69 annunciati sopra ci dicono di più:

 

E io ch’avea d’error la testa cinta,
dissi: «Maestro, che è quel ch’i’ odo?
e che gent’è che par nel duol sì vinta?».

Ed elli a me: «Questo misero modo
tegnon l’anime triste di coloro
che visser sanza ’nfamia e sanza lodo.

Mischiate sono a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.

Caccianli i ciel per non esser men belli,
né lo profondo inferno li riceve,
ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli».

E io: «Maestro, che è tanto greve
a lor che lamentar li fa sì forte?».
Rispuose: «Dicerolti molto breve.

Questi non hanno speranza di morte,
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che ’nvidïosi son d’ogne altra sorte.

Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa».

E io, che riguardai, vidi una ’nsegna
che girando correva tanto ratta,
che d’ogne posa mi parea indegna;

e dietro le venìa sì lunga tratta
di gente, ch’i’ non averei creduto
che morte tanta n’avesse disfatta.

Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi l’ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto.

Incontanente intesi e certo fui
che questa era la setta d’i cattivi,
a Dio spiacenti e a’ nemici sui.

Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
erano ignudi e stimolati molto
da mosconi e da vespe ch’eran ivi.

Elle rigavan lor di sangue il volto,
che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi
da fastidiosi vermi era ricolto.

 

L’Italia è afflitta da un esercito di impiegati, politici e insegnanti, compresi i docenti universitari, che, anziché lavorare per gli altri, pensano soltanto a sé: «per sé fuoro». Tutti costoro hanno potere sulle persone, ma si preoccupano soltanto dei propri interessi e, soprattutto, badano a non mettere a rischio il loro comodo posto al servizio dello Stato o di un’istituzione. Evitano i conflitti, le decisioni più banali, il lavoro e talvolta persino il luogo di lavoro.

I giovani italiani si sono ora trasformati in «mosconi» e «vespe», perché non vogliono vivere come i loro genitori, ai quali questi rispettabili cittadini, capaci di sgusciare come anguille tra «’nfamia» e «lodo», hanno trasformato la vita in una sala d’attesa. Nell’Italia di oggi si può aspettare invano qualsiasi cosa: l’autobus, l’allacciamento del contatore dell’acqua (In Sicilia l’evasione della domanda può richiedere anni), persino di poter comprare un francobollo (In un ufficio postale di paese volevo comprare un francobollo per una lettera da spedire all’estero. Nell’ufficio non c’era nessuno, a parte un’impiegata. Eppure, quando le ho chiesto il francobollo, per prima cosa mi ha detto di prendere il numero al distributore e di aspettare di essere chiamato. Così ho aspettato, mentre lei guardava video sul cellulare. Dopo dieci minuti mi ha chiamato e mi ha detto che l’ufficio non aveva francobolli per la corrispondenza destinata all’estero. Perché non me l’ha detto subito?). Capisco perfettamente che un simile esercizio arbitrario del potere, al livello più basso dell’apparato statale, possa mandare su tutte le furie gli adolescenti. Con i ragazzi in piena pubertà a volte è difficile ragionare, ma non si può negare che siano molto sensibili alle ingiustizie, agli abusi di potere e alle vessazioni. Ora la loro rabbia è traboccata e hanno sfoderato i pungiglioni.

Del resto, il malfunzionamento delle istituzioni non causa soltanto assurde perdite di tempo alla posta: può anche compromettere gli studi, come è successo a me all’università Sapienza di Roma, dove sono dottorando. Non solo durante il mio lungo soggiorno non mi hanno versato i soldi promessi, ma non riescono nemmeno a riscuotere senza problemi le tasse universitarie obbligatorie. Il personale amministrativo non svolge affatto le pratiche più elementari, oppure lo fa soltanto con enormi ritardi e dopo numerosi solleciti. Fin troppo spesso non rispondono alle email e non sono in ufficio oppure se ne stanno dietro porte chiuse a chiave e non aprono quando si bussa. Alla Sapienza la durata ordinaria di un dottorato, tre anni, non basta per sbrigare alcune pratiche fondamentali. Non sono stati capaci di rilasciarmi nemmeno il tesserino universitario. Quando l’ho richiesto a Roma, un addetto temporaneo allo sportello mi ha detto che non avrebbe potuto rilasciarmelo in tempi brevi, ma che non dovevo preoccuparmi: lui era al quarto anno alla Sapienza, non l’aveva ancora ricevuto e, a suo dire, non mi sarebbe servito a nulla.

In un simile ambiente non ha senso prendere in considerazione una protesta che blocchi l’accesso agli edifici universitari. Un blocco darebbe al personale amministrativo e ai docenti un motivo per non andare al lavoro e poi, per lunghi mesi ancora, accampare la scusa di non essere riusciti, per esempio, a evadere una richiesta a causa delle pratiche accumulate durante le proteste.

Questo timore nasce dalla mia esperienza con un altro evento che ha paralizzato il funzionamento dell’università: l’attacco informatico all’infrastruttura digitale della Sapienza, che dal 1° al 17 febbraio 2026 ha messo fuori uso anche Infostud, il sistema di gestione delle carriere degli studenti. Ho poi continuato a ricevere per un tempo sospettosamente lungo le scuse di impiegati e docenti che sostenevano di non poter trattare adeguatamente le mie richieste a causa dell’attacco, persino nei casi che avrebbero dovuto essere risolti un anno prima dell’attacco stesso. Le proteste di piazza possono quindi essere più efficaci di un blocco degli edifici: lasciano agli angeli vili meno spazio per giustificare la propria inerzia.

Allo stesso tempo, però, i manifestanti devono prendere nettamente le distanze da chi è venuto alle manifestazioni soltanto per fare a botte o rubare. Sono proprio episodi del genere a vanificare l’effetto delle proteste, perché i politici possono subito mostrare immagini di teste insanguinate e negozi saccheggiati, ergersi a paladini del ripristino dell’ordine e ignorare con assoluta noncuranza le richieste dei giovani italiani.

Gli angeli vili dominano la penisola italiana da secoli. Una sola ondata di proteste non li spazzerà via, ma potrebbe costringerli ad alzarsi dalle loro sedie, a mettere in gioco la propria pelle almeno per un momento e a fare qualcosa di utile per la società. Spero che i manifestanti gli arruffino le penne, e mi dispiace di non essere a Roma in questo momento.

 

Nota I.

Ho descritto più in dettaglio i problemi alla Sapienza qui:

https://www.blisty.cz/art/136914-l-esplosione-di-malcontento-degli-studenti-italiani-e-un-grido-d-aiuto.html

E qui:

https://www.blisty.cz/art/136524-jedete-na-erasmus-nevybirejte-univerzitu-jenom-podle-postaveni-v-mezinarodnim-zebricku.html

 

Nota II.

Ringrazio Alessandra Svatek, diplomata all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano, per avermi inviato i versi di Dante citati nell’articolo.

 

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